Overthinking: se pensare troppo diventa un problema

Overthinking significa letteralmente “pensare troppo”. Una mente affollata dai pensieri, occupata e pre-occupata, non è una mente felice, anzi!

Quante volte ci capita di pensare e ripensare alle stesse cose senza mai giungere ad una conclusione? Questo processo rende pesanti le giornate e non permette di vivere neanche i momenti piacevoli.

La conseguenza è che restiamo immobili, non riusciamo a prendere alcuna decisione, pur continuando ad analizzare nei minimi dettagli una situazione.

La mente è uno strumento, ma anche un paesaggio interiore, attraversato dai pensieri. Immaginiamo una situazione tipica: siamo a lavoro, stiamo svolgendo un’attività, oppure stiamo seguendo un corso o leggendo un libro, tutte attività che richiedono la nostra attenzione, la nostra presenza.

Riusciamo ad immergerci completamente in quello che stiamo facendo? A dargli la nostra concentrazione? Molto probabilmente no.

Questo succede perché la nostra mente, inevitabilmente, vaga verso ciò che in quel momento ci preoccupa o ci attiva da un punto di vista emotivo: un ricordo, un progetto, una situazione da risolvere. L’ aspetto fondamentale è che non si tratta di una cosa che possiamo concretamente risolvere in quel momento, riguarda il passato o il futuro. Non è qualcosa che riguarda il momento presente.

Tu sei lì, con il tuo corpo, cerchi di concentrarti per portare a termine quell’attività, ma la tua mente non è lì con te, è totalmente immersa nei pensieri. E più si pensa più aumentano i dubbi, le insicurezze. Tutto questo genera un senso di confusione e, a volte, di impotenza.

Le emozioni che, generalmente, si ricollegano a questo processo sono:

  • ansia;
  • frustrazione;
  • nervosismo;
  • tristezza;
  • confusione emotiva (non sapere cosa si prova);

A questo punto l’idea che si fa strada nella nostra testa è: “se risolvessi quella situazione, quel problema, se ottenessi quella cosa, sarei finalmente felice”.

Ti dico una cosa che potrebbe suonare pessimistica, ma in verità è molto realistica: “Non è così!”.

Non è proiettando, continuamente, la tua mente nel futuro o nel passato che sarai felice. Se non metti uno stop a questo meccanismo mentale, si ripeterà per tutte le situazioni che dovrai affrontare.

Il rischio dell’overthinking è che si crea un circolo vizioso, si torna sempre allo stesso punto e questo può dare origine alla ruminazione e ai pensieri ossessivi.

La ruminazione è caratterizzata da:

  • ripetitività dei pensieri;
  • negatività dei pensieri, cioè pensare a cose negative che sono accadute o che potrebbero accadere;
  • incontrollabilità dei pensieri;
  • pesantezza mentale;
  • perdita di energia;
  • sentimenti depressivi/ansiosi.

Questi sintomi danneggiano la nostra vita e possono portare a somatizzazioni (malditesta, gastriti, insonnia, diminuzione dell’appetito o al contrario fame compulsiva).

Possiamo scegliere se continuare a restare prigionieri dei nostri pensieri, oppure se diventare consapevoli di noi stessi, delle nostre emozioni, e accoglierle, senza giudicarci negativamente.

Non cercare scorciatoie irrealizzabili, il primo passo è sempre prenderti cura di te.

L’overthinking crea una spaccatura tra la tua mente, il tuo corpo e le tue emozioni, per ritrovare uno stato di benessere devi tornare a metterli in connessione.

Se sei arrivato a questo punto la tua mente sta risucchiando tutte le tue energie, togliendole al tuo corpo e al tuo stato emotivo. Per farlo è necessario cambiare la lente con cui guardi il mondo, tu non sei quel pensiero, sei molto di più e meriti molto di più.

Il primo passo è: non pensare al peggio! Se ti riconosci in questa situazione accogli la tua confusione mentale come un segnale di allarme che stai inviando a te stesso per dirti che le cose non possono continuare in questo modo.

La parola chiave di questo fenomeno è il controllo: riconosci a te stesso che non puoi controllare tutto, la perfezione non esiste.

Non puoi controllare una relazione che sta naufragando, una situazione lavorativa che ti preoccupa, un ricordo che ti tormenta. Prova ad ammettere che tutte queste cose non sono sotto il tuo potere, puoi affrontarle, ma non puoi controllarle analizzandole fino allo sfinimento.

Smettere di controllare non è facile, spaventa, soprattutto per chi pensa che controllare le situazioni e le relazioni sia l’unico modo per evitare il dolore ma è proprio questa modalità che allontana dal sentire le proprie emozioni e, quindi, dall’essere veramente e pienamente felici.

I pensieri ripetitivi, la tendenza ad analizzare possono portare ad un vero e proprio “sequestro emozionale”: significa restare impigliati in un’emozione, in questo caso può trattarsi di rabbia, tristezza, senso di impotenza, che non ti permettono di sentire nessun’altra emozione e, soprattutto, le emozioni piacevoli.

Essere consapevoli delle proprie emozioni e dei propri pensieri vuol dire imparare a gestirli. Essere in grado di accogliere e regolare le proprie emozioni porta ad agire e ad affrontare le situazioni in modo lucido, senza farsi assalire dai dubbi e dall’analisi ripetitiva di tutte le possibili conseguenze.

Se riprendi contatto con quello che provi realmente, circa una situazione, smetterai di essere assalito da quei pensieri.

Fermarti per seguire ciò che senti, ti permette di accogliere anche le emozioni negative, ti rende più sicuro di te stesso e apre lo sguardo su nuove prospettive.

Se vuoi iniziare un percorso per ritrovare il benessere mentale ed emotivo e prenderti cura di te puoi contattarmi:

Dott.ssa Paola Telesforo

349/7464139

paola.telesforo@gmail.com

PSICOLOGIA SCOLASTICA

PSICOLOGIA SCOLASTICA

DI COSA SI OCCUPA LA PSICOLOGIA SCOLASTICA?

All’interno della scuola la psicologia non agisce a livello di “cura” del singolo ma soprattutto sull’ empowerment del sistema scolastico.
La psicologia scolastica diventa un supporto per tutte le professionalità, le discipline e le istituzioni coinvolte. L’attività dello psicologo a scuola  si fonda sulla collaborazione con le altre figure (docenti, coordinatori, educatori) e punta ad interventi preventivi rispetto ad eventuali difficoltà e disagi all’interno dell’organizzazione.

I docenti affrontano quotidianamente le conseguenze di importanti trasformazioni e cambiamenti sociali e culturali che riguardano non solo i singoli alunni, ciascuno con i propri bisogni educativi, ma anche le dinamiche di gruppo, il “clima” di classe, la collaborazione con le famiglie, i rapporti con il territorio.
I docenti si trovano spesso ad operare in situazioni che, pur con la massima professionalità di cui si dispone, li espongono ad un rischio maggiore di sviluppare elevati livelli di stress, con ripercussioni importanti anche sulla loro stessa salute.
La psicologia è al fianco della scuola, a partire dalla facilitazione dei processi organizzativi, tenendo conto di bisogni, risorse e competenze che caratterizzano ogni specifica realtà. Con la collaborazione e la coordinazione tra i diversi attori coinvolti è possibile raggiungere obiettivi specifici e realistici per la promozione della salute bio-psico-sociale di docenti ed alunni.
Lo psicologo può diventare un mediatore per le relazioni all’interno dell’ambiente scolastico e da facilitatore nei rapporti con le famiglie con particolari problematiche e difficoltà.
Il confronto con lo psicologo può aiutare ad individuare ed includere alunni con disabilità, con disturbi evolutivi specifici, con varie forme di svantaggio o altri bisogni educativi speciali.
Inoltre, lo psicologo offre strumenti concreti nella gestione delle classi “difficili”, propone percorsi per lo sviluppo di abilità personali negli alunni (dal metodo di studio alle Life Skills).
Infine, offre uno sguardo attento per la prevenzione dei comportamenti a rischio.
Lo psicologo scolastico punta a facilitare le relazioni all’interno e all’esterno della scuola, mediando nella relazione tra:
  • docenti-allievi
  • docenti-famiglia
  • allievi-famiglia
  • scuola-servizi territoriali psico-sociali.
La psicologia deve essere al servizio dello sviluppo, della crescita ed efficacia del sistema scuola.psicologia scolastica

Lo psicologo scolastico può aprire uno sportello di ascolto per offrire consulenze psicologiche individuali per tutte le figure che operano all’interno della scuola: insegnanti, alunni, genitori.

L’intervento psicologico favorisce la promozione del benessere nel contesto scolastico.
La scuola non è un luogo dove fare terapia ma si prende carico di molte situazioni di disagio o di problemi legati al normale percorso evolutivo, perché interessata all’apprendimento di tutti in condizioni benessere.
Funzioni principali dello Psicologo Scolastico
  • Promuovere il benessere psico-fisico di studenti e insegnanti
  • Offrire strumenti utili per stimolare la motivazione allo studio e la fiducia in se stessi
  • Costruire percorsi per la prevenzione del disagio evolutivo e dell’abbandono scolastico
  • Favorire il processo di orientamento
  • Favorire la cooperazione tra scuola e famiglie
Principali attività svolte dallo Psicologo Scolastico
  • Consulenza a insegnanti e genitori e formazione su tematiche specifiche
  • Difficoltà relative all’apprendimento
  • Orientamento scolastico
  • Approfondimento di difficoltà socio-relazionali, motivazionali ed emotivo-affettive
  • Integrazione di alunni con disabilità
  • Disagio scolastico e alla dispersione
  • Prevenzione delle devianze
  • Mediazione scolastica
  • Progetti rivolti ai genitori
  • Educazione socio-affettiva e sessuale
  • Attività di ricerca in ambito scolastico
Per informazioni e approfondimenti puoi contattarmi:

Dott.ssa Paola Telesforo

Psicologa del Benessere, dello Sviluppo e dell’Educazione

349/7464139

Contatti: http://www.paolatelesforo.it/contatti/

TECNICA ABA

TECNICA ABA

Cos’è la tecnica ABA?

La tecnica ABA o Analisi Applicata del Comportamento (Applied Behavior Analysis) è una scienza applicata fondata sull’Analisi Sperimentale del Comportamento.
L’ABA rappresenta una tecnica  per progettare, mettere in atto e valutare di programmi di intervento. Si inizia con l’osservazione dei comportamenti del bambino, per poi mettere in pratica interventi per il cambiamento di comportamenti inadeguati e l’apprendimento di nuove abilità.
Secondo alcuni studi non c’è alcuna differenza, in termini di processi di apprendimento, fra un bambino che si sviluppa normalmente e un altro che presenta alterazioni dello sviluppo cognitivo e disturbi del comportamento.
La ricerca mostra chiaramente che i bambini con autismo imparano come qualunque altro bambino.
Ai bambini con autismo possono essere insegnate specifiche abilità (abilità comunicative, di gioco, di interazione sociale) e che i loro comportamenti problema (ad esempio comportamenti aggressivi verso se stessi o verso gli altri) possono essere ridotti utilizzando metodi ABA.
La prima fase del percorso consiste nell’ identificare le aree di intervento e nel creare dei programmi per allenare il bambino in quelle determinate aree.
Il terapista ABA si occupa di monitorare progressivamente i risultati dell’intervento: tutti gli obiettivi vengono raggiunti partendo dalla motivazione del bambino, dai suoi interessi.
Questo percorso punta all’apprendimento di abilità e comportamenti attraverso l’utilizzo di rinforzi, sia materiali (oggetti desiderati) che relazionali (gratificazioni verbali).
Il rinforzo è definito come ogni conseguenza del comportamento che rafforza il comportamento stesso, cioè aumenta la frequenza e la probabilità della sua comparsa.
Il rinforzo può essere:
  • negativo (evitare un potenziale stimolo avversivo);
  • positivo (ottenere attenzione o avere accesso ad una determinata attività).
Il comportamento del bambino sarà analizzato in base alle situazioni che precedono quel comportamento e alle conseguenze che lo seguono.
Una delle modalità utilizzate è il modeling , ovvero l’ imitazione, sia dei pari sia, nell’ambiente scolastico, delle insegnanti.

Tramite il modellamento è possibile insegnare al bambino nuove abilità, creando situazioni in cui gli altri bambini o la maestra, potranno rappresentare un modello di quel comportamento.
Anche i compagni in classe possono rappresentare un modello positivo.
Per poter parlare di apprendimento è necessario il mantenimento nel tempo delle abilità acquisite e la loro generalizzazione in contesti differenti da quelli in cui è avvenuto.
Uno degli obiettivi della terapia è quello di incrementare la abilità sociali del bambino, creando delle situazioni in cui può entrare in relazione con i suoi compagni di classe ed imparare le regole sociali, ad esempio attraverso il gioco a turno.
Tale percorso avrà come obiettivo l’ampliamento e il rafforzamento delle capacità esistenti, emergenti e non ancora acquisite, concentrandosi in particolar modo sull’acquisizione di una modalità comunicativa efficace.
La finalità non è quella di fornire gli strumenti affinché il bambino diventi progressivamente più autonomo, capace di entrare in relazione con i propri pari e di comunicare le sue necessità.

Per avere ulteriori informazioni puoi contattarmi:

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Dove ricevo:

A Foggia: Corso Pietro Giannone n.200

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Disturbi Specifici dell’Apprendimento

Disturbi Specifici dell’Apprendimento

I Disturbi Specifici Dell’Apprendimento sono disturbi del neurosviluppo che riguardano la capacità di leggere, scrivere e calcolare in modo corretto e fluente.

In base al tipo di difficoltà specifica che comportano, i DSA si dividono in:

  • DISLESSIA: disturbo specifico della lettura che si manifesta con una difficoltà nella decodifica del testo;
  • DISORTOGRAFIA: disturbo specifico della scrittura che si manifesta con difficoltà nella competenza ortografica e nella competenza fonografica;
  • DISCALCULIA: disturbo specifico dell’abilità di numero e di calcolo che si manifesta con una difficoltà nel comprendere e operare con i numeri.
Questi disturbi  dipendono dalle diverse modalità di funzionamento delle reti neuronali coinvolte nei processi di lettura, scrittura e calcolo.
Non sono causati né da un deficit di intelligenza né da problemi ambientali o psicologici o da deficit sensoriali.
Altri aspetti da considerare sono:
  • l’evoluzione delle difficoltà;
  • la frequente associazione con altri disturbi
In base a queste considerazioni si può ritenere che il termine “disturbo specifico di apprendimento” sia un’espressione-ombrello che raccoglie una gamma diversificata di problematiche persistenti nello sviluppo cognitivo e nell’apprendimento scolastico, non imputabili in modo primario  a fattori emotivi, sociali, educativi o di disabilità intellettiva.

IL TRATTAMENTO DI UN BAMBINO/ADOLESCENTE CON DSA

La logica più diffusa nell’intervento sui DSA è quella del training centrato sul deficit, che si propone come obiettivo quello di promuovere l’acquisizione del meccanismo deficitario.
L’intervento dovrebbe considerare i seguenti aspetti:
  • LA PRESTAZIONE: si punta a rafforzare la didattica attraverso strategie per l’insegnamento della componente deficitaria.
  • LE COMPONENTI DELLA PRESTAZIONE: si parte da un’analisi del compito, relativa all’abilità deficitaria. Questo permette di identificare gli elementi che determinano la prestazione deficitaria e di effettuare interventi mirati su tutte le variabili implicate.
  • LE ABILITÀ GENERALI: con questo termine intendiamo in questo caso soprattutto le abilità visuo-percettive, linguistiche e psicomotorie che sono implicate nei processi di apprendimento.
  • ASPETTI METACOGNITIVI E MOTIVAZIONALI: si ritiene fondamentale che il bambino/adolescente sia consapevole del modo in cui ragiona, dei suoi punti di forza e di debolezza.
A questo proposito è importante ricordare che, spesso, i bambini/adolescenti con DSA, rispetto ai loro compagni senza particolari difficoltà, hanno un concetto di sé più negativo, si sentono meno supportati emotivamente, provano più ansia e hanno poca autostima, per cui tendono a sentirsi meno responsabili del proprio apprendimento e abbandonano il compito alle prime difficoltà.
COME INTERAGIRE CON UN BAMBINO/ADOLESCENTE CON DSA
Ai bambini viene costantemente, in modo più o meno esplicito, espresso il messaggio che le loro prestazioni (scolastiche e non) vengono valutate, che ad ogni valutazione corrisponde un indice e che, in base a questo indice, è possibile fare una graduatoria.
Questo messaggio tende a trasmettere “paura di non farcela” anziché un “piacere di apprendere”. Questo rischio vale ancora di più per i bambini che presentano difficoltà o disturbi specifici di apprendimento, in quanto incontrano diversi fallimenti e  avvertono l’attenzione che viene data ai risultati ottenuti.
Fra le frasi più frequenti  rivolte ad un bambino con difficoltà capita di sentire “ti devi impegnare di più”.
Un bambino che ha una visione di sé negativa e che ritiene di possedere alcune abilità, ma non altre penserà che tale frase gli viene detta perché non è bravo e solo impegnandosi tanto potrà compensare il suo problema. Tale interpretazione lo farà sentire ancora meno capace.
Altra frase che non risulta d’aiuto è “facciamo una gara!” in quanto il bambino con difficoltà ha già sperimentato numerosi fallimenti e può aver vissuto un senso di impotenza nelle situazioni di competizione, anche se proposte sotto forma di gioco.
Altra frase molto frequente, ma che dovrebbe essere usata con la dovuta accortezza, è “Bravo/a!” in quanto si pensa che rafforzi l’autostima e che la sua omissione possa indicare che qualcosa non sia andato bene.
In realtà tale parola può trasmettere un significato ambiguo.
Bambini a cui è sempre stato detto di essere bravi fanno fatica ad accettare di affrontare l’insuccesso e , alle prime difficoltà, tendono ad evitare compiti dove sembra loro di non riuscire.
Per cui il “bravo/a” sembra funzionare finché tutto va bene, ma tale etichetta rischia di trasformare il messaggio in un “non bravo” quando crescono le difficoltà poste dal compito.
O ancora peggio quando il “bravo” è detto a fronte di risultati non eccellenti, per incoraggiare. Il bambino coglie la differenza (tono della voce, espressione del viso) e può cominciare a pensare che non ci si aspetta granché da lui. L’alternativa operativa a questa espressione è di fornire feedback sul comportamento, più che sulla persona, dicendo ad esempio : “sei stato attento, non ti sei distratto, hai letto più velocemente, in modo più accurato di ieri”.
Per informazioni puoi contattarmi:
Dott.ssa Paola Telesforo
Psicologa dello Sviluppo, del Benessere e dell’Educazione
Tutor Dsa
Terapista Aba
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Contatti: http://www.paolatelesforo.it/contatti/

ADHD e Scuola: Teacher Training

ADHD e Scuola: Teacher Training

Uno dei contesti in cui il bambino con ADHD (Disturbo da deficit di attenzione e/o iperattività) necessità di essere maggiormente tutelato è sicuramente quello scolastico.

Solo attraverso un trattamento “multimodale” è possibile far fronte ai bisogni educativi di questi studenti in modo efficace.

Questo significa che ci deve essere una continuità tra il lavoro svolto dagli insegnanti e quello dei terapisti, psicologi, tutor che seguono il bambino al di fuori della scuola.

Il Teacher Training si pone come obbiettivo quello di aiutare i docenti a comprendere come il bambino funziona da un punto di vista cognitivo, emotivo e comportamentale e come gestire le difficoltà che può riscontrare nell’apprendimento. Ci si propone di creare un linguaggio comune con i clinici che si occupano della cura del bambino e di utilizzare tecniche didattiche specifiche per far emergere le potenzialità di questi studenti.

Il bambino con ADHD va “capito” prima che “gestito”, prima si comprende perché si comporta in un certo modo e prima si riuscirà a creare una relazione con lui basata sul rispetto reciproco. Sono bambini che hanno tantissima energia, attratti da nuove esperienze, con difficoltà a controllarsi di fronte ad attività eccitanti ma che al tempo stesso si annoiano molto facilmente.

L’ADHD ha caratteristiche precise che possono essere più o meno accentuate:

  • IPERATTIVITà: sono sempre in movimento, fanno fatica a stare seduti e in silenzio, prendono la parola anche in momenti non opportuni. Hanno sempre bisogno di essere impegnati in attività sempre nuove e stimolanti. Questo può determinare problematiche di comportamento in quanto l’eccessiva vivacità li rende difficili da gestire nel contesto scolastico.
  • IMPULSIVITà: fanno fatica a controllare le risposte, anche fisiche, sono impazienti e dirompenti, a volte questo li porta ad esagerare nell’agire e, soprattutto se molto piccoli, nel relazionarsi con i compagni. L’impulsività è l’aspetto che maggiormente crea difficoltà nelle relazioni sociali.
  • DISATTENZIONE: fanno fatica a mantenere l’attenzione sul compito, si distraggono facilmente, sono spesso disordinati e perdono il materiale scolastico. La disattenzione incide sull’apprendimento scolastico.

La NOIA è la caratteristica comune, che emerge quando il bambino non riesce in un’attività proposta, non ne trova il senso, non ha idea di quanto durerà.

Gli insegnanti si trovano a dover affrontare numerose difficoltà dal punto di vista comportamentale, in quanto molto spesso il bambino:

  • non rispetta il suo turno;
  • fa fatica ad organizzarsi;
  • gioca con il materiale sul banco;
  • gira per la classe;
  • interrompe la lezione chiacchierando;
  • perde il materiale;
  • ripete sempre gli stessi errori

Per ogni comportamento problema si possono fornire agli insegnanti strategie adeguate per intervenire.

Gli aspetti su cui è necessario concentrarsi sono:

Creare un ambiente prevedibile

  1. Organizzazione del materiale  (creare una check list del materiale da tenere sul banco)
  2. Gestione della classe (scegliere un compagno di banco con una buona autoregolazione emotiva, che funga da modello positivo)
  3. “Time management” ovvero gestione dei tempi di lavoro (stabilire preventivamente pause motivanti, scansione del tempo attraverso clessidre, orologi, timer)

Stabilire regole di comportamento

  1. Stabilire regole di comportamento condivise con il bambino e illustrate visivamente;
  2. Le regole devono essere semplici, chiare e devono essere discusse con tutta la classe con esempi concreti;
  3. Chiedere ai genitori di adottarle anche a casa;

Strutturare le attività

  1. Gli argomenti devono essere presentati in modo stimolante (supporti audio-visivi, stimoli tattili)
  2. Alternare compiti attivi e passivi (produzione e ascolto)
  3. Affidare compiti di responsabilità (es. distribuire materiale alla classe) per favorire il movimento finalizzato a scopi prestabiliti.

Strutturare i rinforzi

  1. I rinforzi o premi devono essere sociali, non materiali, e devono essere cambiati spesso;
  2. Devono essere scelti sulla base di attività motivanti per il bambino (es. scegliere il compagno accanto a cui sedersi per un giorno intero, scegliere il gioco da fare durante l’ora di ed. fisica, poter fare un’attività al pc nella sala di informatica..)
  3. I premi si ottengono attraverso una racconta punti prestabilita sulla base dei comportamenti positivi raggiunti.

Tutto questo senza mai dimenticare che il bambino con ADHD ha comportamenti problematici NON è un bambino problematico.

La creatività, come nell’approccio con tutti i bambini resta una qualità fondamentale dell’insegnamento.

È nel giocare e soltanto mentre gioca che l’individuo, bambino o adulto, è in grado di essere creativo e di fare uso dell’intera personalità, ed è solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il sé

Donald Winnicot

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Terapia Bioenergetica

Terapia Bioenergetica

La terapia Bioenergetica: un viaggio alla scoperta di se stessi

Come afferma Alexander Lowen la terapia è un viaggio alla ricerca di se stessi. Non è un viaggio né breve né facile, non è privo di dolore e di sofferenza. La terapia può riportare indietro ad un passato dimenticato, e tale passato non era probabilmente un periodo tranquillo e sicuro, altrimenti non saremmo emersi pieni di cicatrici dalle nostre battaglie e chiusi nella corazza dell’autodifesa.

Non è un viaggio che si consiglia di fare da soli: il terapista funge da guida.

La terapia Bioenergetica può portarci più vicini alla nostra prima natura, liberando l’individuo da restrizioni e costrizioni imposte dalle condizioni della vita moderna e che procurano costantemente uno stato di stress e tensione. Il cammino attraverso la terapia può accrescere la consapevolezza di sè, promuovere l’autoespressione e diminuire l’alienazione di cui soffre la maggiorparte degli individui.

Il termine alienazione si riferisce alla condizione di “uno straniero in terra straniera”, si lotta contro una mancanza di senso che porta ad avere una scarsa autoconsapevolezza di chi siamo e di quale direzione vogliamo dare ai nostri obiettivi.

Uno dei presupposti fondanti della terapia Bioenergetica è che il cambiamento di un individuo è condizionato da cambiamenti delle funzioni corporee, più precisamente: respirazione più profonda, maggiore motilità ed espressione di sé più libera e piena.

Affinché tale cambiamento sia possibile è necessario che la terapia non si limiti a far emergere sentimenti repressi di rabbia, tristezza, paura o dolore, come avviene in un approccio puramente verbale, ma è fondamentale lavorare anche sulle tensioni muscolari generate da tali sentimenti repressi.

La normativa prevista sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento

La normativa prevista sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento

Cosa prevede ad oggi la normativa sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento?

In che modo bambini e genitori possono tutelarsi ed essere tutelati dalla legge in merito a questo tipo di disturbi?

Risulta fondamentale fare chiarezza in quanto la legge è uno degli strumenti che genitori, educatori e insegnanti devono conoscere per tutelare con efficacia i diritti dei bambini coinvolti.

I genitori di bambini e ragazzi con DSA dovrebbero essere i primi a tutelare i diritti dei propri figli, richiedendo alle scuole di mettere in pratica quanto previsto dalla legge e agli insegnanti di essere continuamente aggiornati sugli strumenti da poter utilizzare.

Inoltre è utile ricordare che i genitori di bambini frequentanti la scuola primaria sappiano che hanno diritto anche ad un orario di lavoro flessibile (sulla base dei contratti nazionali) per consentire di seguire a casa il proprio figlio con DSA adeguatamente.

Legge 170/2010
Art.1
Riconoscimento e definizione di dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia:
– dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia sono riconosciuti come DSA, in bambini con
capacità cognitive adeguate, in assenza di patologie neurologiche e sensoriali.

La Costituzione Italiana negli articoli 3, 9, 24 sancisce il diritto all’uguaglianza, alla promozione dello sviluppo e della cultura e nell’esercizio in giudizio della tutela degli stessi.
Nella sostanza la legge sui DSA segue questi principi:

  1. Lo Stato deve rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona: tutti i bambini e ragazzi hanno quindi diritto a pari opportunità di apprendimento.
  2. Promuovere lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica, ovvero approfondire i campi di studio che comprendano come funzionano i disturbi dell’apprendimento ma anche gli strumenti compensativi idonei per garantire le uguali opportunità di cui all’Art.3 della Costituzione.
  3. E’ importante che le famiglie siano informate rispetto a ciò che la Legge dice, perché, qualora questi diritti fossero negati, i genitori possono intervenire a tutela del diritto allo studio dei propri figli.

Cos’è il PDP – piano didattico personalizzato? Quando si attua?

È chiamato in questo modo il documento di programmazione con il quale la scuola definisce gli interventi che intende mettere in atto nei confronti degli alunni con esigenze didattiche particolari ma non riconducibili alla disabilità (in caso di disabilità, come è noto, il documento di programmazione si chiama PEI, Piano Didattico Individualizzato, ben diverso per contenuti e modalità di definizione).

Per gli alunni con DSA, Disturbi Specifici di Apprendimento, un documento di programmazione personalizzato (il PDP, appunto) è di fatto obbligatorio:

contenuti minimi sono indicati nelle Linee Guida del 2011, come pure i tempi massimi di definizione (entro il primo trimestre scolastico).

La scuola può elaborare un documento di programmazione di questo tipo per tutti gli alunni con Bisogni Educativi Speciali qualora lo ritenga necessario.

Per gli alunni con DSA, il consiglio di classe predispone il Piano Didattico Personalizzato, nelle forme ritenute più idonee e nei tempi che non superino il primo trimestre scolastico, articolato per le discipline coinvolte nel disturbo, che dovrà contenere:

  1. Dati anagrafici
  2. Tipologia del disturbo
  3. Attività didattiche individualizzate
  4. Attività didattiche personalizzate
  5. Strumenti compensativi
  6. Misure dispensative
  7. Forme di verifica e valutazione personalizzata

Cosa sono gli strumenti compensativi per gli alunni con DSA? 

Gli strumenti compensativi sono strumenti didattici e tecnologici che sostituiscono o facilitano la prestazione richiesta nell’abilità deficitaria. Fra i più noti indichiamo:

  1. la sintesi vocale, che trasforma un compito di lettura in un compito di ascolto;
  2. il registratore, che consente all’alunno o allo studente di non scrivere gli appunti della lezione;
  3. i programmi di video scrittura con correttore ortografico, che permettono la produzione di testi sufficientemente corretti senza l’affaticamento della rilettura e della contestuale correzione degli errori;
  4. la calcolatrice, che facilita le operazioni di calcolo;
  5. altri strumenti tecnologicamente meno evoluti quali tabelle, formulari, mappe concettuali, etc.


Tali strumenti supportano l’apprendimento del bambino, senza peraltro facilitargli il compito dal punto di vista cognitivo.

L’utilizzo di tali strumenti non è immediato e i docenti – anche sulla base delle indicazioni del referente di istituto – avranno cura di sostenerne l’uso da parte di alunni e studenti con DSA.

Quali sono le misure dispensative per gli alunni con DSA?

Le misure dispensative sono invece interventi che consentono all’alunno o allo studente di non svolgere alcune prestazioni che, a causa del disturbo, risultano particolarmente difficoltose e che non migliorano l’apprendimento.

Per esempio, non è utile far leggere a un alunno con dislessia un lungo brano, in quanto l’esercizio, per via del disturbo, non migliora la sua prestazione nella lettura.

Rientrano tra le misure dispensative:
  • le interrogazioni programmate;
  • l’uso del vocabolario;
  • poter svolgere una prova su un contenuto significativo, ma ridotto;
  • tempi più lunghi per le verifiche.

L’adozione delle misure dispensative, dovrà essere sempre valutata sulla base dell’effettiva incidenza del disturbo  puntando a mantenere gli stessi obbiettivi di apprendimento dei compagni di classe.

I comportamenti problema a scuola

I comportamenti problema a scuola

Cosa intendiamo per comportamenti problema?

I comportamenti problema a scuola

Tutti i bambini possono vivere situazioni di disagio a volte difficili da identificare, di cui l’espressione comportamentale può rappresentare solo un indicatore.

I cosiddetti “bambini difficili” rappresentano una fonte di preoccupazione per i genitori e gli insegnanti, in quanto impegnano risorse emotive e fisiche che metterebbero a dura prova il benessere psicofisico di chiunque. Questo vale sicuramente per i genitori, ma anche per le insegnanti avere a che fare con un bambino con difficoltà comportamentali può essere emotivamente frustrante se non si hanno gli strumenti adatti per agire.

Per poter agire in modo efficace è fondamentale comprendere quali sono le variabili in gioco rispetto alle risposte comportamentali ed emotive del bambino: aspetti legati alla fase di sviluppo o dell’apprendimento, della personalità o dell’ambiente in cui il bambino vive e si rapporta.

È solitamente definito “problematico” un comportamento che crea difficoltà allo sviluppo, all’apprendimento e alla socializzazione della persona in quanto è considerato pericoloso o non è accettabile dal punto di vista sociale, o viene considerato come un eccessivo impiego di energie o di tempo.

È definito problematico un comportamento che limita la libertà di espressione di un individuo o che determina una sua condotta disfunzionale.

Gli studi condotti negli ultimi decenni portano a considerare il comportamento umano attraverso l’approccio bio-psico-sociale. In base a tale modello un comportamento può essere compreso solo se osservato nei diversi contesti in cui esso si manifesta. Per cui, come si accennava precedentemente, bisognerà prendere in considerazione tutti i  fattori che ruotano intorno ad un determinato atteggiamento.

Un passo fondamentale è l’analisi del comportamento-problema che avverrà partendo da alcune considerazioni principali:

  • Il comportamento problematico è sempre veicolato da uno scopo specifico;
  • Il suo significato varia in base al contesto ed è spiegabile come una risposta funzionale a determinate circostanze ambientali;
  • L’espressione del comportamento-problema è connessa a ciò che il bambino, attraverso quel sintomo, desidera esprimere;
  • Un determinato comportamento problema può avere diverse funzioni in base al contesto in cui si manifesta.

Per cui prima di essere risolto il comportamento problematico va letto e interpretato. È necessario partire dal presupposto che l’assunzione di un determinato atteggiamento è un modo per esprimere un bisogno attraverso modalità disfunzionali perché tale bisogno non è stato visto o compreso.

L’intervento o percorso educativo sarà una diretta conseguenza delle ipotesi ricavate dall’analisi funzionale, per cui sarà necessario esaminare e lavorare sugli “antecedenti”, ovvero tutte quelle situazioni che precedono la messa in atto di quel comportamento, e/o sul comportamento stesso e/sulle conseguenze di quel comportamento. Individuare delle conseguenze stabili al comportamento, permette di comprendere qual è la possibile funzione e quindi di poter intervenire efficacemente per modificarlo.

Tra le conseguenze più frequenti bisogna considerare il riuscire ad ottenere attenzioni. Che siano attenzioni positive o negative talvolta non ha molta importanza, purché siano attenzioni da parte dell’insegnante o dei compagni. Altre conseguenze per cui il mettere in atto il comportamento problema risulta funzionale sono: interruzione dell’attività (perché noiosa o troppo complessa), uscita dall’aula, assistenza ed aiuto per lo svolgimento dei compiti.

L’analisi di questi aspetti prevede, dunque, un intervento su più livelli:

  1. Lavorare sugli antecedenti: anticipare la richiesta e indicare conseguenze positive sull’adempimento della stessa;
  2. Lavorare sul comportamento: fornire alternative di tipo comunicativo, ovvero sostituire il comportamento inadeguato con la possibilità di comunicare uno stato di malessere; fornire modelli di comportamento alternativi;
  3. Lavorare sulle conseguenze significa rinforzare tutti quei comportamenti positivi che possono sostituire quello problematico. Per comportamenti positivi intendiamo: comportamenti più adeguati al contesto sociale e più efficaci

In tutto questo avrà un ruolo fondamentale riuscire a comprendere ed accogliere le emozioni del bambino. La relazione che l’insegnante è riuscita ad instaurare con lui, al di là dei comportamenti problema, sarà il punto cardine del successo dell’intervento.

EVENTI: DAR GUSTO AL TEMPO – Percorso sensoriale attraverso il cibo

EVENTI: DAR GUSTO AL TEMPO – Percorso sensoriale attraverso il cibo

DAR GUSTO AL TEMPO

Percorso sensoriale attraverso il cibo

DAR GUSTO AL TEMPO

Quante cose facciamo con il “pilota automatico”? Spesso mangiare è una di queste.

In questo percorso viene proposta un’esperienza sensoriale volta a rivelare ai partecipanti quello che può essere uno «stile di vita arricchito», invitando a «guardare, ascoltare e sentire i sensi nascosti che ci danno informazioni sulla vita di tutti i giorni».

Il presente percorso mira a creare un tempo e uno spazio per fermarsi, osservare ed essere.

Nel corso dell’evento sarà prevista una degustazione sensoriale per mettere in gioco i cinque sensi. Gli aspetti essenziali saranno:

  • prendere contatto con la propria esperienza
  • dare spazio a noi stessi, partendo dalle sensazioni che quel cibo ci evoca

“Conosci te stesso”

Questa è la scritta che campeggiava sul pronao del tempio del Dio Apollo a Delfi e che per secoli ha influenzato i più importanti pensatori della cultura occidentale: da Socrate a Platone, da Sant’Agostino a Kant.

Si può conoscere se stessi anche attraverso il cibo? Quali sono le motivazioni più o meno chiare che ci guidano nel mangiare e quanto ne siamo poi appagati?

Anche i processi percettivi influenzano il rapporto con il cibo. Basti pensare, per esempio, alla stimolazione olfattiva e gustativa.

Il sapore delle parole e il colore dei suoni sono due esempi della contaminazione reciproca tra i sensi chiamata sinestesia. Si tratta di un fenomeno percettivo secondo cui la stimolazione di uno dei sensi (come l’olfatto) induce o attiva in maniera automatica e involontaria una percezione di tipo diverso, frutto dell’attivazione di un altro senso (per esempio la vista).

L’esperienza del sentire il cibo con consapevolezza può aiutare ad apprezzare l’importanza dell’olfatto nell’assaggio, a distinguere le sensazioni diverse dal gusto che si avvertono in bocca, non sottovalutando il tatto e la vista.

Attraverso l’osservazione, l’esplorazione e la ricerca, potremo ri-scoprire le nostre capacità visive, olfattive, gustative e tattili, affinché le sensazioni prodotte possano dare la possibilità di trasformarle in nuove conoscenze.

Comprenderemo, attraverso l’esperienza, che esiste uno stretto legame tra odori, sapori e emozioni per via della struttura cerebrale che caratterizza il sistema olfattivo e gustativo.

Vieni a scoprire un percorso nei profumi, nei suoni e nei colori del cibo in grado di stimolare i sensi e le emozioni.

CONDUCONO

Dr.ssa Benedetta Mira (Psicologa)
Dr.ssa Paola Telesforo (Psicologa)
Dr.ssa Sara Negrosini (Psicosessuologa)

QUANDO

LUNEDÌ 18 GIUGNO ORE 19.30

DOVE

AKROPOLIS – VIA S. FRANCESCO A RIPA 104

PER INFO E PRENOTAZIONI

329 7315339 – 349 7464139

 

 

L’alfabetizzazione emotiva a scuola

L’alfabetizzazione emotiva a scuola

 Perché parlare di alfabetizzazione emotiva a scuola?

L’alfabetizzazione emotiva a scuola
“… Ovviamente nessun percorso è una risposta al problema. Ma date le difficoltà che i bambini si trovano a fronteggiare, e data la speranza alimentata dai percorsi di alfabetizzazione emotiva a scuola, non dovremmo, ora più che mai, insegnare ad ogni bambino queste abilità, che sono essenziali per la vita?
 E se non ora, quando? ”  
(Goleman, 1996)
Un percorso di alfabetizzazione emotiva a scuola può essere utile per diverse motivazioni:
  1. Lo sviluppo della personalità del bambino, fin dai primi momenti di vita, dipende dal suo stato emotivo;
  2. Le emozioni sono parte del benessere e della salute generale di un individuo;
  3. Il benessere emotivo influenza la socializzazione, gli aspetti cognitivi e l’apprendimento.
Se le emozioni sono presenti sin dalla nascita significa che la capacità di gestirle e di conoscere il proprio mondo emotivo, di avere una consapevolezza emozionale,  risulta indispensabile anche per  lo sviluppo sociale.
Il benessere psicologico del bambino ha conseguenze sia in adolescenza che in età adulta.
L’Intelligenza Emotiva è stata definita come:

La capacità di riconoscere le emozioni proprie e altrui in modo da poter organizzare di conseguenza la propria vita e le proprie relazioni, regolando adeguatamente le proprie espressioni emotive.

(Davey, 2005)

Una buona Intelligenza Emotiva influenza molti ambiti della vita, in particolare favorisce i comportamenti pro-sociali, cioè le relazioni positive con gli amici, la famiglia e in età adulta con il partner.
L’Intelligenza emotiva aiuta a prevenire problemi comportamentali quali il vandalismo, il consumo di sostanze, il bullismo e i disturbi alimentari.
Da qui emerge la necessità di approfondire le ricerche in questo campo e di organizzare percorsi di alfabetizzazione emotiva nelle scuole.
Proprio in un’ottica di promozione del benessere e di miglioramento della qualità della vita è necessario considerare il ruolo degli aspetti affettivi nella scuola.
In un mondo ideale la didattica deve mettere al centro dell’esperienza educativa dei bambini la consapevolezza emotiva, come motore degli apprendimenti e dell’espansione della propria personalità.
La ricerca in ambito scolastico ha approfondito anche l’Intelligenza Emotiva dei docenti.
Gli studi mostrano che gli insegnanti che promuovono gli scambi emozionali, incentivano l’apprendimento cooperativo e stimolano negli allievi le competenze sociali, favoriscono il rispetto dell’altro e valorizzano la diversità.

Potenziare l’Intelligenza Emotiva significa lavorare su alcuni aspetti:

  • la consapevolezza emotiva,

  • la regolazione delle emozioni,

  • la percezione dell’esperienze emotive altrui (empatia)

  • la gestione delle relazioni interpersonali

I percorsi di alfabetizzazione emotiva dovrebbero essere progettati all’interno delle scuole.
Gli istituti scolastici dovrebbero proporli, in collaborazione con uno psicologo, come azione preventiva, già nelle fasi precoci della scolarizzazione.
Anche nelle delicate fasi di passaggio da un grado di scuola all’altro, vista la necessità di adattarsi a diversi ambienti e nuove richieste, è fondamentale sostenere i bambini/ragazzi da un punto di vista emotivo.
Per informazioni e approfondimenti puoi contattarmi:
Dott.ssa Paola Telesforo
Psicologa dello Sviluppo, del Benessere e dell’Educazione
349/7464139
Contatti:http://www.paolatelesforo.it/contatti/

BIOENERGETICA

BIOENERGETICA

La bioenergetica è una tecnica terapeutica che si propone di aiutare l’individuo a tornare ad essere con il proprio corpo e goderne la vita con quanta pienezza possibile.

Questo tipo di approccio parte dalle funzioni basilari dell’individuo, come respirare, muoversi, sentire ed esprimere se stessi.      

Una persona che non respira a fondo riduce la vita del corpo. Se non si muove liberamente limita la vita del corpo. Se  non sente pienamente restringe la vita del corpo. E se reprime la propria autoespressione, limita la vita del corpo.

Queste restrizioni alla nostra vita non ce le imponiamo volontariamente: si sviluppano come strumenti di sopravvivenza in un ambiente e in una cultura che negano i valori del corpo. Tuttavia non contestando queste restrizioni le accettiamo e così tradiamo il nostro corpo.

Le persone sono, in genere, poco consapevoli di tali limiti autoimposti, che diventano parte del loro modo abituale di essere al mondo. In realtà molto spesso si vive con un budget di energie e di sensazioni limitato.

 

La bioenergetica si propone l’obiettivo di aiutare le persone a riconquistare la loro natura primaria: la condizione di libertà, lo stato di grazia e la qualità della bellezza. Questi rappresentano gli indici di un corpo sani e, perciò, di una mente sana.

La natura primaria di tutti gli esseri umani è di essere aperti alla vita e all’amore. Nella nostra cultura l’atteggiamento di difesa, la corazza, la diffidenza e la chiusura sono diventati una seconda natura.

Sono i mezzi che si adottano per proteggersi dalle offese, ma quando diventano parte del proprio carattere o strutturati nella personalità procurano danni ancora maggiori di quelle offese da cui si cerca protezione.

Per liberarsi da tali difese bisogna capirle ed elaborarle in modo accurato.

 

 

La bioenergetica è l’avventura della scoperta di se stessi.

Differisce da forme analoghe di esplorazione della propria natura perché cerca di capire la personalità umana dal punto di vista del corpo, riconoscendo che ciò che succede nel corpo influenza necessariamente la mente.

Ogni tipo di attività richiede e impiega energia: dal battito cardiaco, al camminare, parlare, lavorare.

Una persona si esprime nelle azioni e nei movimenti, quando l’espressione di sé è libera e adeguata, viene scaricata una certa quantità di energia e questo procura un senso di soddisfazione e di piacere.

A sua volta questo piacere stimola nell’organismo una maggiore attività metabolica, che si riflette in una respirazione più profonda e piena. Limitando il diritto ad esprimersi si limitano le possibilità di provare piacere e di vivere in modo creativo.

Per la stessa ragione se, se la capacità di una persona di esprimere se stessa, le sue idee e sensazioni è ridotta da forze interne (inibizioni o tensioni muscolari croniche), la sua capacità di provare piacere è ridotta. In questo caso è necessario liberare le vie di autoespressione, che sono il movimento, la voce e gli occhi.

 

 

 

 

Tratto da “Bioenergetica” di Alexander Lowen