La normativa prevista sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento

La normativa prevista sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento

Cosa prevede ad oggi la normativa sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento?

In che modo bambini e genitori possono tutelarsi ed essere tutelati dalla legge in merito a questo tipo di disturbi?

Risulta fondamentale fare chiarezza in quanto la legge è uno degli strumenti che genitori, educatori e insegnanti devono conoscere per tutelare con efficacia i diritti dei bambini coinvolti.

I genitori di bambini e ragazzi con DSA dovrebbero essere i primi a tutelare i diritti dei propri figli, richiedendo alle scuole di mettere in pratica quanto previsto dalla legge e agli insegnanti di essere continuamente aggiornati sugli strumenti da poter utilizzare.

Inoltre è utile ricordare che i genitori di bambini frequentanti la scuola primaria sappiano che hanno diritto anche ad un orario di lavoro flessibile (sulla base dei contratti nazionali) per consentire di seguire a casa il proprio figlio con DSA adeguatamente.

Legge 170/2010
Art.1
Riconoscimento e definizione di dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia:
– dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia sono riconosciuti come DSA, in bambini con
capacità cognitive adeguate, in assenza di patologie neurologiche e sensoriali.

La Costituzione Italiana negli articoli 3, 9, 24 sancisce il diritto all’uguaglianza, alla promozione dello sviluppo e della cultura e nell’esercizio in giudizio della tutela degli stessi.
Nella sostanza la legge sui DSA segue questi principi:

  1. Lo Stato deve rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona: tutti i bambini e ragazzi hanno quindi diritto a pari opportunità di apprendimento.
  2. Promuovere lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica, ovvero approfondire i campi di studio che comprendano come funzionano i disturbi dell’apprendimento ma anche gli strumenti compensativi idonei per garantire le uguali opportunità di cui all’Art.3 della Costituzione.
  3. E’ importante che le famiglie siano informate rispetto a ciò che la Legge dice, perché, qualora questi diritti fossero negati, i genitori possono intervenire a tutela del diritto allo studio dei propri figli.

Cos’è il PDP – piano didattico personalizzato? Quando si attua?

È chiamato in questo modo il documento di programmazione con il quale la scuola definisce gli interventi che intende mettere in atto nei confronti degli alunni con esigenze didattiche particolari ma non riconducibili alla disabilità (in caso di disabilità, come è noto, il documento di programmazione si chiama PEI, Piano Didattico Individualizzato, ben diverso per contenuti e modalità di definizione).

Per gli alunni con DSA, Disturbi Specifici di Apprendimento, un documento di programmazione personalizzato (il PDP, appunto) è di fatto obbligatorio:

contenuti minimi sono indicati nelle Linee Guida del 2011, come pure i tempi massimi di definizione (entro il primo trimestre scolastico).

La scuola può elaborare un documento di programmazione di questo tipo per tutti gli alunni con Bisogni Educativi Speciali qualora lo ritenga necessario.

Per gli alunni con DSA, il consiglio di classe predispone il Piano Didattico Personalizzato, nelle forme ritenute più idonee e nei tempi che non superino il primo trimestre scolastico, articolato per le discipline coinvolte nel disturbo, che dovrà contenere:

  1. Dati anagrafici
  2. Tipologia del disturbo
  3. Attività didattiche individualizzate
  4. Attività didattiche personalizzate
  5. Strumenti compensativi
  6. Misure dispensative
  7. Forme di verifica e valutazione personalizzata

Cosa sono gli strumenti compensativi per gli alunni con DSA? 

Gli strumenti compensativi sono strumenti didattici e tecnologici che sostituiscono o facilitano la prestazione richiesta nell’abilità deficitaria. Fra i più noti indichiamo:

  1. la sintesi vocale, che trasforma un compito di lettura in un compito di ascolto;
  2. il registratore, che consente all’alunno o allo studente di non scrivere gli appunti della lezione;
  3. i programmi di video scrittura con correttore ortografico, che permettono la produzione di testi sufficientemente corretti senza l’affaticamento della rilettura e della contestuale correzione degli errori;
  4. la calcolatrice, che facilita le operazioni di calcolo;
  5. altri strumenti tecnologicamente meno evoluti quali tabelle, formulari, mappe concettuali, etc.


Tali strumenti supportano l’apprendimento del bambino, senza peraltro facilitargli il compito dal punto di vista cognitivo.

L’utilizzo di tali strumenti non è immediato e i docenti – anche sulla base delle indicazioni del referente di istituto – avranno cura di sostenerne l’uso da parte di alunni e studenti con DSA.

Quali sono le misure dispensative per gli alunni con DSA?

Le misure dispensative sono invece interventi che consentono all’alunno o allo studente di non svolgere alcune prestazioni che, a causa del disturbo, risultano particolarmente difficoltose e che non migliorano l’apprendimento.

Per esempio, non è utile far leggere a un alunno con dislessia un lungo brano, in quanto l’esercizio, per via del disturbo, non migliora la sua prestazione nella lettura.

Rientrano tra le misure dispensative:
  • le interrogazioni programmate;
  • l’uso del vocabolario;
  • poter svolgere una prova su un contenuto significativo, ma ridotto;
  • tempi più lunghi per le verifiche.

L’adozione delle misure dispensative, dovrà essere sempre valutata sulla base dell’effettiva incidenza del disturbo  puntando a mantenere gli stessi obbiettivi di apprendimento dei compagni di classe.

I comportamenti problema a scuola

I comportamenti problema a scuola

Cosa intendiamo per comportamenti problema?

I comportamenti problema a scuola

Tutti i bambini possono vivere situazioni di disagio a volte difficili da identificare, di cui l’espressione comportamentale può rappresentare solo un indicatore.

I cosiddetti “bambini difficili” rappresentano una fonte di preoccupazione per i genitori e gli insegnanti, in quanto impegnano risorse emotive e fisiche che metterebbero a dura prova il benessere psicofisico di chiunque. Questo vale sicuramente per i genitori, ma anche per le insegnanti avere a che fare con un bambino con difficoltà comportamentali può essere emotivamente frustrante se non si hanno gli strumenti adatti per agire.

Per poter agire in modo efficace è fondamentale comprendere quali sono le variabili in gioco rispetto alle risposte comportamentali ed emotive del bambino: aspetti legati alla fase di sviluppo o dell’apprendimento, della personalità o dell’ambiente in cui il bambino vive e si rapporta.

È solitamente definito “problematico” un comportamento che crea difficoltà allo sviluppo, all’apprendimento e alla socializzazione della persona in quanto è considerato pericoloso o non è accettabile dal punto di vista sociale, o viene considerato come un eccessivo impiego di energie o di tempo.

È definito problematico un comportamento che limita la libertà di espressione di un individuo o che determina una sua condotta disfunzionale.

Gli studi condotti negli ultimi decenni portano a considerare il comportamento umano attraverso l’approccio bio-psico-sociale. In base a tale modello un comportamento può essere compreso solo se osservato nei diversi contesti in cui esso si manifesta. Per cui, come si accennava precedentemente, bisognerà prendere in considerazione tutti i  fattori che ruotano intorno ad un determinato atteggiamento.

Un passo fondamentale è l’analisi del comportamento-problema che avverrà partendo da alcune considerazioni principali:

  • Il comportamento problematico è sempre veicolato da uno scopo specifico;
  • Il suo significato varia in base al contesto ed è spiegabile come una risposta funzionale a determinate circostanze ambientali;
  • L’espressione del comportamento-problema è connessa a ciò che il bambino, attraverso quel sintomo, desidera esprimere;
  • Un determinato comportamento problema può avere diverse funzioni in base al contesto in cui si manifesta.

Per cui prima di essere risolto il comportamento problematico va letto e interpretato. È necessario partire dal presupposto che l’assunzione di un determinato atteggiamento è un modo per esprimere un bisogno attraverso modalità disfunzionali perché tale bisogno non è stato visto o compreso.

L’intervento o percorso educativo sarà una diretta conseguenza delle ipotesi ricavate dall’analisi funzionale, per cui sarà necessario esaminare e lavorare sugli “antecedenti”, ovvero tutte quelle situazioni che precedono la messa in atto di quel comportamento, e/o sul comportamento stesso e/sulle conseguenze di quel comportamento. Individuare delle conseguenze stabili al comportamento, permette di comprendere qual è la possibile funzione e quindi di poter intervenire efficacemente per modificarlo.

Tra le conseguenze più frequenti bisogna considerare il riuscire ad ottenere attenzioni. Che siano attenzioni positive o negative talvolta non ha molta importanza, purché siano attenzioni da parte dell’insegnante o dei compagni. Altre conseguenze per cui il mettere in atto il comportamento problema risulta funzionale sono: interruzione dell’attività (perché noiosa o troppo complessa), uscita dall’aula, assistenza ed aiuto per lo svolgimento dei compiti.

L’analisi di questi aspetti prevede, dunque, un intervento su più livelli:

  1. Lavorare sugli antecedenti: anticipare la richiesta e indicare conseguenze positive sull’adempimento della stessa;
  2. Lavorare sul comportamento: fornire alternative di tipo comunicativo, ovvero sostituire il comportamento inadeguato con la possibilità di comunicare uno stato di malessere; fornire modelli di comportamento alternativi;
  3. Lavorare sulle conseguenze significa rinforzare tutti quei comportamenti positivi che possono sostituire quello problematico. Per comportamenti positivi intendiamo: comportamenti più adeguati al contesto sociale e più efficaci

In tutto questo avrà un ruolo fondamentale riuscire a comprendere ed accogliere le emozioni del bambino. La relazione che l’insegnante è riuscita ad instaurare con lui, al di là dei comportamenti problema, sarà il punto cardine del successo dell’intervento.

L’alfabetizzazione emotiva a scuola

L'alfabetizzazione emotiva a scuola

 Perché parlare di alfabetizzazione emotiva a scuola?

L’alfabetizzazione emotiva a scuola
“… Ovviamente nessun percorso è una risposta al problema. Ma date le difficoltà che i bambini si trovano a fronteggiare, e data la speranza alimentata dai percorsi di alfabetizzazione emotiva a scuola, non dovremmo, ora più che mai, insegnare ad ogni bambino queste abilità, che sono essenziali per la vita?
 E se non ora, quando? ”  
(Goleman, 1996)
Un percorso di alfabetizzazione emotiva a scuola può essere utile per diverse motivazioni:
  1. Lo sviluppo della personalità del bambino, fin dai primi momenti di vita, dipende dal suo stato emotivo;
  2. Le emozioni sono parte del benessere e della salute generale di un individuo;
  3. Il benessere emotivo influenza la socializzazione, gli aspetti cognitivi e l’apprendimento.
Se le emozioni sono presenti sin dalla nascita significa che la capacità di gestirle e di conoscere il proprio mondo emotivo, di avere una consapevolezza emozionale,  risulta indispensabile anche per  lo sviluppo sociale.
Il benessere psicologico del bambino ha conseguenze sia in adolescenza che in età adulta.
L’Intelligenza Emotiva è stata definita come:

La capacità di riconoscere le emozioni proprie e altrui in modo da poter organizzare di conseguenza la propria vita e le proprie relazioni, regolando adeguatamente le proprie espressioni emotive.

(Davey, 2005)

Una buona Intelligenza Emotiva influenza molti ambiti della vita, in particolare favorisce i comportamenti pro-sociali, cioè le relazioni positive con gli amici, la famiglia e in età adulta con il partner.
L’Intelligenza emotiva aiuta a prevenire problemi comportamentali quali il vandalismo, il consumo di sostanze, il bullismo e i disturbi alimentari.
Da qui emerge la necessità di approfondire le ricerche in questo campo e di organizzare percorsi di alfabetizzazione emotiva nelle scuole.
Proprio in un’ottica di promozione del benessere e di miglioramento della qualità della vita è necessario considerare il ruolo degli aspetti affettivi nella scuola.
In un mondo ideale la didattica deve mettere al centro dell’esperienza educativa dei bambini la consapevolezza emotiva, come motore degli apprendimenti e dell’espansione della propria personalità.
La ricerca in ambito scolastico ha approfondito anche l’Intelligenza Emotiva dei docenti.
Gli studi mostrano che gli insegnanti che promuovono gli scambi emozionali, incentivano l’apprendimento cooperativo e stimolano negli allievi le competenze sociali, favoriscono il rispetto dell’altro e valorizzano la diversità.

Potenziare l’Intelligenza Emotiva significa lavorare su alcuni aspetti:

  • la consapevolezza emotiva,

  • la regolazione delle emozioni,

  • la percezione dell’esperienze emotive altrui (empatia)

  • la gestione delle relazioni interpersonali

I percorsi di alfabetizzazione emotiva dovrebbero essere progettati all’interno delle scuole.
Gli istituti scolastici dovrebbero proporli, in collaborazione con uno psicologo, come azione preventiva, già nelle fasi precoci della scolarizzazione.
Anche nelle delicate fasi di passaggio da un grado di scuola all’altro, vista la necessità di adattarsi a diversi ambienti e nuove richieste, è fondamentale sostenere i bambini/ragazzi da un punto di vista emotivo.
Per informazioni e approfondimenti puoi contattarmi:
Dott.ssa Paola Telesforo
Psicologa dello Sviluppo, del Benessere e dell’Educazione
349/7464139
Contatti:http://www.paolatelesforo.it/contatti/

PSICOLOGIA SCOLASTICA

PSICOLOGIA SCOLASTICA

DI COSA SI OCCUPA LA PSICOLOGIA SCOLASTICA?

All’interno della scuola la psicologia non agisce a livello di “cura” del singolo ma soprattutto sull’ empowerment del sistema scolastico.
La psicologia scolastica diventa un supporto per tutte le professionalità, le discipline e le istituzioni coinvolte. L’attività dello psicologo a scuola  si fonda sulla collaborazione con le altre figure (docenti, coordinatori, educatori) e punta ad interventi preventivi rispetto ad eventuali difficoltà e disagi all’interno dell’organizzazione.

I docenti affrontano quotidianamente le conseguenze di importanti trasformazioni e cambiamenti sociali e culturali che riguardano non solo i singoli alunni, ciascuno con i propri bisogni educativi, ma anche le dinamiche di gruppo, il “clima” di classe, la collaborazione con le famiglie, i rapporti con il territorio.
I docenti si trovano spesso ad operare in situazioni che, pur con la massima professionalità di cui si dispone, li espongono ad un rischio maggiore di sviluppare elevati livelli di stress, con ripercussioni importanti anche sulla loro stessa salute.
La psicologia è al fianco della scuola, a partire dalla facilitazione dei processi organizzativi, tenendo conto di bisogni, risorse e competenze che caratterizzano ogni specifica realtà. Con la collaborazione e la coordinazione tra i diversi attori coinvolti è possibile raggiungere obiettivi specifici e realistici per la promozione della salute bio-psico-sociale di docenti ed alunni.
Lo psicologo può diventare un mediatore per le relazioni all’interno dell’ambiente scolastico e da facilitatore nei rapporti con le famiglie con particolari problematiche e difficoltà.
Il confronto con lo psicologo può aiutare ad individuare ed includere alunni con disabilità, con disturbi evolutivi specifici, con varie forme di svantaggio o altri bisogni educativi speciali.
Inoltre, lo psicologo offre strumenti concreti nella gestione delle classi “difficili”, propone percorsi per lo sviluppo di abilità personali negli alunni (dal metodo di studio alle Life Skills).
Infine, offre uno sguardo attento per la prevenzione dei comportamenti a rischio.
Lo psicologo scolastico punta a facilitare le relazioni all’interno e all’esterno della scuola, mediando nella relazione tra:
  • docenti-allievi
  • docenti-famiglia
  • allievi-famiglia
  • scuola-servizi territoriali psico-sociali.
La psicologia deve essere al servizio dello sviluppo, della crescita ed efficacia del sistema scuola.psicologia scolastica

Lo psicologo scolastico può aprire uno sportello di ascolto per offrire consulenze psicologiche individuali per tutte le figure che operano all’interno della scuola: insegnanti, alunni, genitori.

L’intervento psicologico favorisce la promozione del benessere nel contesto scolastico.
La scuola non è un luogo dove fare terapia ma si prende carico di molte situazioni di disagio o di problemi legati al normale percorso evolutivo, perché interessata all’apprendimento di tutti in condizioni benessere.
Funzioni principali dello Psicologo Scolastico
  • Promuovere il benessere psico-fisico di studenti e insegnanti
  • Offrire strumenti utili per stimolare la motivazione allo studio e la fiducia in se stessi
  • Costruire percorsi per la prevenzione del disagio evolutivo e dell’abbandono scolastico
  • Favorire il processo di orientamento
  • Favorire la cooperazione tra scuola e famiglie
Principali attività svolte dallo Psicologo Scolastico
  • Consulenza a insegnanti e genitori e formazione su tematiche specifiche
  • Difficoltà relative all’apprendimento
  • Orientamento scolastico
  • Approfondimento di difficoltà socio-relazionali, motivazionali ed emotivo-affettive
  • Integrazione di alunni con disabilità
  • Disagio scolastico e alla dispersione
  • Prevenzione delle devianze
  • Mediazione scolastica
  • Progetti rivolti ai genitori
  • Educazione socio-affettiva e sessuale
  • Attività di ricerca in ambito scolastico
Per informazioni e approfondimenti puoi contattarmi:

Dott.ssa Paola Telesforo

Psicologa del Benessere, dello Sviluppo e dell’Educazione

349/7464139

Contatti: http://www.paolatelesforo.it/contatti/

TECNICA ABA

tecnica aba

Cos’è la tecnica ABA?

La tecnica ABA o Analisi Applicata del Comportamento (Applied Behavior Analysis) è una scienza applicata fondata sull’Analisi Sperimentale del Comportamento.
L’ABA rappresenta una tecnica  per progettare, mettere in atto e valutare di programmi di intervento. Si inizia con l’osservazione dei comportamenti del bambino, per poi mettere in pratica interventi per il cambiamento di comportamenti inadeguati e l’apprendimento di nuove abilità.
Secondo alcuni studi non c’è alcuna differenza, in termini di processi di apprendimento, fra un bambino che si sviluppa normalmente e un altro che presenta alterazioni dello sviluppo cognitivo e disturbi del comportamento.
La ricerca mostra chiaramente che i bambini con autismo imparano come qualunque altro bambino.
Ai bambini con autismo possono essere insegnate specifiche abilità (abilità comunicative, di gioco, di interazione sociale) e che i loro comportamenti problema (ad esempio comportamenti aggressivi verso se stessi o verso gli altri) possono essere ridotti utilizzando metodi ABA.
La prima fase del percorso consiste nell’ identificare le aree di intervento e nel creare dei programmi per allenare il bambino in quelle determinate aree.
Il terapista ABA si occupa di monitorare progressivamente i risultati dell’intervento: tutti gli obiettivi vengono raggiunti partendo dalla motivazione del bambino, dai suoi interessi.
Questo percorso punta all’apprendimento di abilità e comportamenti attraverso l’utilizzo di rinforzi, sia materiali (oggetti desiderati) che relazionali (gratificazioni verbali).
Il rinforzo è definito come ogni conseguenza del comportamento che rafforza il comportamento stesso, cioè aumenta la frequenza e la probabilità della sua comparsa.
Il rinforzo può essere:
  • negativo (evitare un potenziale stimolo avversivo);
  • positivo (ottenere attenzione o avere accesso ad una determinata attività).
Il comportamento del bambino sarà analizzato in base alle situazioni che precedono quel comportamento e alle conseguenze che lo seguono.
Una delle modalità utilizzate è il modeling , ovvero l’ imitazione, sia dei pari sia, nell’ambiente scolastico, delle insegnanti.

Tramite il modellamento è possibile insegnare al bambino nuove abilità, creando situazioni in cui gli altri bambini o la maestra, potranno rappresentare un modello di quel comportamento.
Anche i compagni in classe possono rappresentare un modello positivo.
Per poter parlare di apprendimento è necessario il mantenimento nel tempo delle abilità acquisite e la loro generalizzazione in contesti differenti da quelli in cui è avvenuto.
Uno degli obiettivi della terapia è quello di incrementare la abilità sociali del bambino, creando delle situazioni in cui può entrare in relazione con i suoi compagni di classe ed imparare le regole sociali, ad esempio attraverso il gioco a turno.
Tale percorso avrà come obiettivo l’ampliamento e il rafforzamento delle capacità esistenti, emergenti e non ancora acquisite, concentrandosi in particolar modo sull’acquisizione di una modalità comunicativa efficace.
La finalità non è quella di fornire gli strumenti affinché il bambino diventi progressivamente più autonomo, capace di entrare in relazione con i propri pari e di comunicare le sue necessità.

Per avere ulteriori informazioni puoi contattarmi:

Dott.ssa Paola Telesforo

349/7464139

Dove ricevo:

A Foggia: Corso Pietro Giannone n.200

http://www.paolatelesforo.it/contatti/